asinello.jpgSulla tragedia ora in atto nelle zone terremotate non è facile dire qualcosa di sensato.
L’istinto è di osservare, di tacere.
Ma un sentimento mi domina: non so se sia sgomento, senso della meraviglia, o altro. Forse una fascinazione, una compassione… Noi uomini facciamo molto per distanziarci dalla natura e dal mondo animale, ci vestiamo per bene e viviamo di educazione e di servizi, andiamo molto fieri della nostra civiltà, della nostra tecnologia e di tutti i nostri privilegi. Poi avvengono cose molto drammatiche, che distruggono le sicurezze e che spazzano via ogni privilegio e ogni traccia di cultura. Così ci accorgiamo – improvvisamente, tremendamente – che una sofferenza atavica, una sostanziale precarietà, ci accomunano a tutte le creature viventi. Un filo invisibile ma tenace, ci stringe in una fratellanza che non si potrà mai spezzare.
In condizioni estreme, soffriamo noi e soffrono loro.
Abbiamo corpi caldi e fragili, come sono i loro.
Il nostro respiro è simile, così come il battito del cuore.
Ci accomuna l’impotenza, la paura, e la sottomissione a qualcosa di più grande e più forte. Ciò che ci nutre e ciò che ci schiaccia. Quella natura sterminata e bella. Quella grande terra che trema, e il cielo che produce neve, il vento che gela, la notte che si infittisce.
Resistere è ormai un cieco istinto. Sopportare. Vivere, attendere, oppure chiudere gli occhi e morire.

(Attenzione! Spoiler parziale.)

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Immaginiamo che un libro possa immettere, lungo i fili di una passata relazione, nuova elettricità. Immaginiamo che quelle fibre metalliche – di sentimenti feriti e forzatamente dimenticati – siano sottoposte a nuove tensioni. Alimentate ancora, fino a creare nuova luce.

L’ultimo di Tom Ford è un inno alla Bellezza, che resta tale anche quando tutto intorno sedimenta e congela. La bellezza dei vetri e dei cristalli, che è tanto più intensa quanto più domini l’algore. E la protagonista, Amy Adams, è algida quanto basta a onorare la Forma, nella sua più alta definizione. Capricornica, rossa di capelli, impeccabile nella scultorea geometria della sua apparenza. Ai titoli di testa lo spettatore si trova a fare un cenno di compiaciuto assenso, mentre grottesche majorette ondeggiano e strabordano, provocanti, nella loro opulenza di pelle e paillettes. Lo stridore tra le prime immagini, trionfalmente carnali, e la finezza assoluta della musica, rivelano la classe e la forma: una patinatura d’oro e d’ossidiana. Cose brillanti e false fluttuano, tutt’intorno. Lasciano la scena a lei: Susan, la gallerista fredda e ambiziosa, vestita di nero, ferma come un granito. Donna di potere sociale; ovvero, d’indubitabile fascino. Susan, nelle grandi sale dai colori neutri, bianche e nere, con sprazzi di colore e d’improvvisi fauvismi, nella correttezza formale più assoluta. Susan, da qualche parte tra i grovigli autostradali di Los Angeles. Susan, oltre il cancello metallico della sua grande residenza, sotto i pioppi fruscianti al vento, nelle sere nebbiose di Malibu. Susan, nelle enormi stanze buie, oltre le grandi vetrate. Susan, nel freddo di una solitudine continua che le toglie il sonno. Solitudine scelta, voluta, costruita: la solitudine della riuscita. Susan ha una vita fatta di cose che brillano, ma vuota. Un compagno, che a suo tempo ha scelto, ma che ogni giorno non sembra scegliere lei. Susan senza pace, che cammina lenta, sui pavimenti della sua casa gelida. Tra gli arredamenti belli, troppo belli, le trema un po’ l’occhio. In quel mondo intimo, triste, non indossa più le grandi collane di design – bigiotteria di lusso – ma una collana d’oro sottile, con una piccola croce. Ecco: qui ricompare l’umano. Susan non dorme, è un «animale notturno». Pensa. Ricorda. Sospira. Non dorme, perché rimpiange. Un tempo aveva strenuamente desiderato di distinguersi, di essere umana, di non essere come sua madre e come la sua famiglia. Era vivace, calda, fiduciosa.

Soprattutto: amava.

Ma «si diventa sempre come la propria madre», e l’amore è stato lasciato indietro. Quell’amore si chiamava Edward (Jake Gyllenhaal). Un creativo, un sognatore. Uno scrittore, come taluni amano definirsi. Mentre lei – la ragazza di buona famiglia cattolica – si spezzava in due tra l’amore caldo che vede, riconosce e ha fiducia, e l’amore freddo dell’ambizione e del denaro. Lei, saturnina e sacrificale: pronta a distruggere ogni slancio creativo per una volizione produttiva, pronta al tradimento e alla sostituzione. Lei, e lui: la determinazione e l’innocenza. Eppure il tempo, si sa, non lascia nulla in sospeso. Così anche un amore intenso e tradito, passato e ricoperto di polvere, è destinato a riprendere una strana forma. Amore che si agita. Sottopelle le braci si muovono e rivelano nuova fiamma. Ed è una luce nuova, viva, dolce; quasi sinistra. L’amore si è fatto letteratura ed Edward ha inviato a Susan il suo romanzo. Vita, ricordo e finzione si intrecciano: Susan presta ai personaggi di Edward i volti che conosce così bene. I loro volti. E nella triste violenza di quel libro, nella sua cornice selvatica e seviziante, Susan inserisce la Bellezza carismatica che tanto le somiglia: la pelle bianca delle protagoniste, i loro lunghi capelli rossi che sono come i suoi, un divano scarlatto nella selvaggia solitudine del Texas. C’è lui, in quel libro di animali notturni: i suoi sensi di colpa, la capacità così rara – in un uomo – di piangere, la sua debolezza più odiosa e più amabile. La violenza e la tristezza di quelle pagine costruiscono un’impalcatura di disagio, nell’anima infreddolita di Susan. Gli anni hanno dimostrato soltanto che Edward è stato devoto, mentre lei è stata patetica. Nessuna compravendita d’arte può superare un’azione creativa, e un gallerista di successo non sarà mai più carismatico di un vero artista. La decisione senza scrupolo non può uccidere il sentire, e nessuna grande casa californiana sarà più confortevole di un cuore buono, o più spietata e profumata di un campo texano. Lento, deciso, il karma recupera terreno. La musica di Abel Korzeniowski – evocativa, ipnotica, erotica – intensifica il pathos dello scavo interiore. La fotografia ferma palpiti di strenua bellezza. Il tempo perduto è ricercato, poi ricostruito. E la forma, la forma che è grazia, cristallizzazione e simmetria, è il Contenuto. Di notte tutti i gatti paion grigi, ma col tempo si rivela – inesorabile – la natura ultima delle ombre.

Paola Polselli.

Dicono, e si riempiono trionfalmente la bocca nel farlo, che i «giovani» sono i più danneggiati in questa epoca di scelleratezza economica. Che mancanza di denaro e di futuro ci sta spezzando la spina dorsale.
Sarà.
Com’è nel destino del miglior delirio sociologico-politico, com’è nel fato stesso del linguaggio di potere, si riduce tutto il dolore del giovane uomo e della giovane donna, al denaro. Alla mancanza di potere personale, all’incapacità di sentirsi il riflesso di un potere più grande.
Sarà.
Ma che significa essere giovani, poi? Non ammessi alla mensa del signore Uomo? Dell’Adulto?
Non mi risulta che in nessuna epoca storica una persona anagraficamente in fieri, all’inizio, sia stata a suo agio. L’agio non è appannaggio di una personalità che si forma, di un ego che si frammenta e si ricostruisce giorno per giorno, di un’anima che cresce – o semplicemente, si ricorda di sé.
Non descriveteci con linguaggi che non ci appartengono: ci guardiamo ogni giorno nei vostri specchi, e non ci riconosciamo.

Siamo solo frammenti che tentano di ricomporsi: potenza, non potere. Lasciateci in pace nell’inquietudine dei tempi, che è l’inquietudine di ogni Tempo.

Paola Polselli

“Questo è un fatto. E i fatti sono la cosa più ostinata del mondo.” [Bulgakov, Il Maestro e Margherita]

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In merito alla questione, ormai orrendamente kitsch per come è trattata dai media e dall’opinione comune – risolta in slogan, balletti e foto profilo modificate con scritte rosse – della violenza contro le donne (questione che invece è serissima), vorrei sottolineare una cosa. Molte e molti ci tengono giustamente a fare in modo che mai le donne siano considerate vittime di per sé, profondamente, per debolezza intrinseca. Allora si sottolinea la forza insita nel femminile: la donna è di per sé un essere forte e determinato quanto ogni uomo. La donna se ne frega di avere la protezione di un uomo e di essere riconosciuta. La donna se vuole va via senza voltarsi indietro. Vorrei aggiungere: potenzialmente è così, nella realtà no. Non sempre. Esistono vittime quasi per vocazione: a volte si tratta di una condizione di fragilità meno giustificata, una stortura del carattere facilmente emendabile da un po’ di responsabilizzazione, un’identificazione quasi consapevole nell’archetipo della “Persefone da rapire”. Ma pensiamo a moltissime altre donne inconsapevolmente minate nella loro essenza da coordinate culturali e contestuali devianti, purtroppo la maggioranza delle donne colpite. Donne dalla coscienza debole, magari cresciute in famiglie disfunzionali, che non hanno mai avuto protezione quando la protezione era necessaria, prive di una figura materna forte e capace di essere un buon esempio di resilienza e assertività. Donne che hanno conosciuto la depressione addirittura prima della pubertà. Pensiamo alle donne i cui padri, con l’abbandono, la denigrazione e l’assenza, hanno passato il messaggio che “devi soffrire”. Pensiamo alle donne che mancano di bussole culturali capaci di orientarle, o talmente immerse nell’immaginario maschilista – perché provenienti da famiglie altamente maschiliste – da riconoscersi completamente in un certo tipo di femminile fragile. Donne che sentono di non avere nulla. Sì, a volte da terreni particolarmente fangosi spuntano fiori rari che trovano una loro via di forza a dispetto di tutto ciò che gli è precocemente capitato. Ma tutte le altre? Chi sono tutte le altre? Possiamo, allo scopo di essere politicamente corretti, non vedere la debolezza intrinseca che le tiene in scacco? Debolezza non innata, ma meticolosamente tessuta – come una tremenda tela di ragno?

Femminicidio, termine per la prima volta usato in lingua inglese – femicide – a inizio ‘800, significa essere uccise per il fatto di non corrispondere all’idea di donna che ha l’aggressore. Uccise letteralmente o spiritualmente. Se una donna è uccisa da un rapinatore, è omicidio. Se una donna è uccisa perché cerca di sottrarsi a una violenza domestica, perché il compagno vuole che lei sia umiliata senza possibilità di appello, è femminicidio. Se una donna è uccisa perché “Ma come si permette questa qui? È donna, dovrebbe sottomettersi e stare zitta! Questa scema… Mi fa una rabbia!!”, è femminicidio.

Video: Maura Gancitano legge Michela Murgia

È doloroso quando si viene aggredite, nel corpo ma anche nella psiche, soltanto perché non si corrisponde a un canone di accettabilità proveniente dalla mente maschile, plasmato da secoli di deviazione culturale. Prendersi della “troia” a un semaforo durante una discussione, quando non si stava certamente consumando rapporti sessuali ma soltanto difendendo le proprie ragioni. Incassare discorsi di bassa lega morale in silenzio, per non essere definite permalose. Oppure subire scenate di gelosia non per affetto o senso di protezione (un uomo affettuoso, che realmente rispetta la propria compagna e la ama, non sarà mai insicuro della sua onestà). Finire sempre in discorsi dal contenuto sessuale degradante. Da lì a essere uccise solo per essere donne, basta drammaticamente poco: basta che l’altro abbia un atteggiamento psicotico e anche la disinibizione di manifestarlo. Basta poco, e quell’atteggiamento psicotico – prima virtuale, introvertito, occulto – sia tradotto in azione psicotica. Non si può prendere alla leggera un fenomeno tanto grave. Si tolgano di mezzo gli slogan, i discorsi sentimentali da salotto televisivo e i balletti nelle piazze, ma si metta finalmente un freno all’incoscienza. Non conosco donna che non abbia mai subìto una qualche forma di violenza psicologica. Credo sia precisamente questo tipo di società – apparentemente aperta, apparentemente benevolente – ad alimentare un’idea malsana delle donne, ormai, idea che in parte loro hanno imparato a condividere. Pur di essere ricosciute. Pur di appartenere. È chiaro che ci siano donne dalla mente distorta che a loro volta trattano gli uomini in maniera aggressiva, manipolatoria – donne egopatiche, istrioniche, sociopatiche – ma la perversione morale di cui è fatto oggetto il femminile, ormai, è ben più grave, più connotata e più pervasiva. In parte conseguenza di secoli di cattolicesimo. O forse per dinamiche edipiche peggiorate dalla società del “puoi fare tutto tanto nessuno ti dice niente”. La famiglia tradizionale, giuridicamente definita ma priva di una correzione culturale e di un riempimento delle sue lacune simboliche, continua a minare l’identità femminile dall’interno, come una malattia. La sacrosanta volontà femminile di levare il capo, apparentemente accolta, non fa che impattare invisibili tetti di cristallo: più su di determinate altezze non si può andare senza rompersi la testa. Devi farti una famiglia e limitare i tuoi spazi: contemporaneamente, avere un ruolo sociale e mantenerlo. Devi lasciarti spezzare da mille paradossi. Devi evitare di dare parole al tuo disagio, profondo, radicato, altrimenti sarai colpita con ferocia maggiorata. L’identità di ogni uomo è ansiosa di riconoscimento, come lo è quella di ogni donna. Ma in alcuni casi è messa in ridicolo, sbeffeggiata, emarginata.

Dovrebbe importarci poco del sistema giuridico se la dimensione culturale resta indietro, sotto una coltre psichicamente così primitiva, tribale, volta allo schiacciamento dell’altro-da-sé. È culturalmente che si sta aprendo un baratro. O meglio: una ferita culturale c’è sempre stata, ma ora sta incancrenendo. Prima le donne, quasi in maggioranza, si identificavano col loro recinto, la loro prigione. Ora che i recinti vacillano, per vecchiezza o per trasformazione collettiva, lo spaesamento genera strani movimenti inaccettabili. In attesa che i valori siano riplasmati e ricreati, le donne sono senza cornice. La loro identità collettiva va rimpastata e ristrutturata, forse nuovamente costruita. Ma questo genera paura, in un’atmosfera di dubbio, sospetto ed impotenza. Basti pensare al linguaggio imperante, a come le donne siano bombardate da diktat costantemente paradossali, attraverso quello che tecnicamente è detto doppio standard. “Devi essere autosufficiente altrimenti sei una parassita.” “Non essere troppo autonoma altrimenti mi fai rabbia e mi fai sentire inferiore.” “L’ho scelta perché è carina, ma in fondo so che è stupida.” “L’ho scelta perché è una donna non bella ma capace, per il sesso mi guarderò in giro.” “Sei troppo sexy quindi sei una poco di buono.” “Sembri una suora e sei noiosa.” “Parli troppo.” “Non sai ragionare perché sei una femmina.” “Le donne troppo valide mi mettono soggezione.” “Eh ma non ti sai ficcare un dito in un occhio!” “Una donna troppo intelligente è poco sensuale.” “Le donne sanno fare solo le fashion blogger e le sciampiste.” “Le donne devono essere protette.” “Le donne sono una palla al piede.” “Tuo marito ha avuto delle scappatelle… e che sarà mai!” “Lei frequenta altri uomini, è ninfomane.” “Una femminista è una lesbica che odia gli uomini.” “Eh mai non vi sapete proprio difendere!” “Dove vai tutta sola?” “Ma sempre in mezzo ai piedi, stai?” “Devi lavorare per mantenere la famiglia.” “Trascuri i figli perché sei un’egoista.” “Con la scusa dei tuoi hobby chissà che combini in giro…” “Non hai carattere.” “Che ci fai con quel rozzo di tuo marito, vieni con me!” “Hai lasciato tuo marito per andare con un altro, zoccola!” “Eh, non se ne va perché i soldi del marito le fanno comodo.” “L’ha lasciato: sicuramente ha un altro.” “”Non me la dai, sei frigida.” “Sei così passionale, chissà a quanti l’hai data!”


Potrei continuare all’infinito.

C’è qualcosa che non funziona, siete d’accordo con me? con noi?
Vogliamo fare qualcosa, imparare a pensare in maniera più responsabile, risanare questa cultura degenerata, questa ferita che ormai è suppurata, o continuare con l’infantilismo stupido e criminale che ci tiene tutti in scacco?

“Non pretendere che io abbia la testa sulle spalle. Smettiamola di essere sensati. A Louveciennes c’è stato uno sposalizio — non puoi negarlo. Sono venuto via con pezzi di te appiccicati addosso; sto camminando, nuotando, in un oceano di sangue… Gambe serrate. Fragilità. Dolce, infida acquiescenza. La docilità di un uccello. Tu con me sei diventata una donna. Ne sono rimasto quasi terrificato. Adesso hai giusto trent’anni — ed è come se tu ne avessi mille.”

Henry Miller, lettera ad Anaïs Nin (14 agosto 1932)

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E lei gli rispondeva, raccontandogli

Lui era sposato, ma sua moglie era amante di Anaïs. Quindi, tra gelosie di un istante che si rivelavano immediatamente insensate, su cui sorridevano ubriachi e tristi, si sfioravano e abbracciavano e addormentavano. E Anaïs aveva un marito, ignaro per sempre di tutto, o forse no. Henry, e Anaïs: l’uno così sbandato — così selvaggio — nel suo odio doloroso per la mediocrità borghese. L’eterno indispettito, ad annusare bordelli e selciati con un senso di dionisiaco dispetto. Lei così ambigua, fantasiosa, cresciuta a libri, delusioni e immaginazione. Loro a chiacchierare di libri e astrologia. Di lui oggi si dice che fu succube di lei, più scaltra, meno terrena. Lei: minuta, dal viso e corpo non perfetti. Seni piccoli, faccia come una luna piena. Occhi sapientemente truccati fino ad ad assottigliarne il taglio, a renderli come quelli di un gatto. Nebulosa. Intellettuale ma con l’istinto della comunicazione subconscia. Capace di sussurrare con un’occhiata sotto le lunghe ciglia. Lei, fasciata con garbo di pizzi e fiori scuri. Lei: non femme fatale, ma sirena antica, madonna bizantina. Lei, che nel sesso voleva affogare con disperazione, e ne faceva un vortice ossessivo, bulimico, garbuglio vischioso di immagini e parole: per arte, per letteratura, per mettersi su un altare senza tempo. Per sentirsi dispensatrice di conoscenze sacramentali. Mentre lui — il brusco, l’uomo da marciapiede, lo zotico frequentatore di postriboli— alla fine si ridusse a una passione cieca, infantile, edipica. Si ridusse ad avere bisogno.anai%cc%88s-nin

Anaïs… Amante di tutti, innamorata e sfidante di se stessa; delirante, sfuggente, carnalmente presente, come una bambina che passeggia davanti all’anta specchiata di un armadio con le scarpe della madre. Compiaciuta. Segreta. Altrove. A ondeggiare fianchi acerbi. Potrà sembrare una donna crudele, Anaïs. Egoista, ingannatrice, in fuga costante dalla noia. Creatura incestuosa abituata a dire bugie. Con un marito appassionato, noioso, mai rinnegato, mai reso edotto della verità. Non invitato al banchetto di cipria, organza nera e inchiostro da lei imbandito. Non all’altezza di quel delirio erotico, degli straripamenti della sua fantasia senza freno. E lei scriveva, si distaccava; non era una persona comune, una comune malata di narcisismo. Era una per cui il sogno aveva più valore della realtà, più diritto di esistenza, e così schiudeva scollature di seta nera, scioglieva onde di capelli scuri, apriva gambe, graffiava schiene, e faceva volare il suo spirito d’uccello acquatico.

Così, custodiva il sogno.

Paola Polselli

“No, non è vero, non è vero! Lei si sbaglia: uno Stalker non può entrare nella Stanza. Uno Stalker per se stesso non può chiedere niente, niente: ricordatevi del Porcospino. Sì, sono un verme, non ho combinato niente, e nemmeno qui posso fare niente. Perfino a mia moglie non sono riuscito a dare niente. Non ho amici e nemmeno posso averne. Ma non toglietemi quello che è mio. Mi hanno già tolto tutto là, dietro a quel filo spinato! Tutto quello che ho è qui, qui nella Zona! La mia felicità, la mia libertà, la mia dignità: tutto qui! Io porto qui solo quelli come me: infelici, disperati, che non hanno più niente in cui sperare… e io posso capire, posso aiutarli. Nessuno può farlo, ma io, il verme, io sì che posso! Ecco è tutto qui quello che ho, niente altro… e non voglio, non desidero niente altro.”

Andrej Tarkovskij, Stalker (1979)


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La Zona è una vasta campagna ormai ritornata all’incontrastata signoria della natura. Un meteorite – così si dice – l’ha colpita molti anni prima. La Zona, pericolosa da attraversare per gli incauti, interdetta dalle autorità, è un labirinto che muta di continuo (dicono). È una terra piena di trabocchetti (dicono). È qualcosa che sfugge a tutte le leggi della fisica (dicono). È un luogo dove tutto si muove e cambia in base all’umiltà o alla superbia dell’uomo (dicono). E nella Zona vi è la Stanza, dove si giunge scegliendo sempre la via più lunga.  La vita ordinaria, comune, noiosa, che tanti rifuggono: al di qua del filo spinato. Di là, oltre il filo spinato, la Zona e la sua Stanza: dove i desideri (forse) sono esauditi, dove tutto si può fare e sapere (o quasi tutto). Oltre il filo spinato non vanno neanche gli eserciti, intimiditi dall’orrore: essi si limitano a difenderne i confini “come le pupille degli occhi”. E i civili, i non inquadrati: pochissimi diventano “Stalker”, viaggiatori di soppiatto nell’Oltre, con “povertà di spirito”, senza grandi pretese, pronti alla sottomissione assoluta nei confronti del non-conosciuto. La maggior parte desidera andare oltre – attraversando il biasimo sociale e l’emarginazione – non per realizzare desideri o giungere al centro stesso della vita, bensì per ottenere qualcosa che molti non hanno. Per essere ciò che molti non sono. Per riscatto. Per essere potenti.
Per essere determinanti.

Paola Polselli

nuvola XXIX • il Viaggio

Pubblicato: 23 ottobre 2016 in Senza categoria

“La tua anima profumerà il tuo corpo e ti vestirà di bianche vesti.”

Ecclesiaste 9:8

Amatrice, 24 agosto 2016 (ANSA / MASSIMO PERCOSSI)

Amatrice, 24 agosto 2016
(FONTE: ANSA / MASSIMO PERCOSSI)

Per la storia, la natura selvaggia, quei centri storici che tanto amo: un dolore atroce, tra i miei Appennini…

Dovremo così, d’ora in poi, detestare quelle vecchie case che a volte ci uccidono? Scegliere tra la tradizione delle nostre care pietre e la vita? Quanto ci costa essere un popolo antico, di memoria contadina, intrecciato alla terra, all’acqua, alla roccia!
Quanta bellezza straziante, tra le eterne montagne, che se ne va…

#nonbastapregare #lacrimeperimieifratelli #amoreperlamiaterra

“Di queste case
Non è rimasto 
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato”

(Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso)

nizza

Addolorata per tanta volontà di potenza, trasformata in costante omicidio.
E mi chiedo quale sia la volontà sotterranea, occulta, che vuole lo spargimento di tutto questo sangue…
Immagino distinti signori in giacca e cravatta – signori appartenenti a questa parte di mondo – che contrattano e preparano accurate logistiche, per motivi molto pratici e molto precisi.
Motivi che la maggioranza ignora, con la connivenza di tanti altri.

“Ma è solo un modo per convincerti
a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.”